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AmarGOAL: Marco Van Basten, "il cigno di Utrecht"

By Pubblicato Giugno 06, 2019

A volte, basta un fotogramma per immortalare un fuoriclasse.
Una data, una partita, un’azione e subito capisci di quale marziano stai parlando.
25 giugno 1988, finale Europeo; in campo, l’Unione Sovietica del colonnello Lobanovskij contro l’Olanda del genio totale Rinus Michels.
Gli olandesi sono in vantaggio per 1-0 ma la partita è equilibrata, aperta a qualsiasi risultato fin quando, al 53’, Muhren, la crossa di prima, da quasi metà campo.
Non è una buona idea: la palla spiove quasi verticale e l’unico giocatore in area si trova defilato a pochi metri dalla linea di fondo.
Questa è la storia proprio di quel giocatore, un cigno sublime e sinuoso, dalle movenze eleganti, un ciclope raffinato e veloce di pensiero, tecnicamente così superiore da sublimare in capolavori di classe assoluta, al limite dell’impossibile.
Veniva da Utrecht, si chiamava Marcel ma tutti lo conoscevano come Marco ed aveva un unico e solo punto debole: una caviglia di cristallo, fragile al punto da dover anzitempo interrompere una fulgida e vincente carriera a soli 28 anni.
Tutto iniziò quando il più splendente dei tulipani, Johann Cruijff, dopo 8 anni di Barcellona e States, ritornò a casa, all’Ajax.
Il maestro Johann, Archimede in maglietta e pantaloncini, aveva lasciato, con la sua generazione, un’impronta indelebile nella storia del calcio e diversi allievi di buone speranze.
Uno di questi era proprio Marco che esordì in Eredivisie neanche maggiorenne il 3 aprile 1982 contro il NEC sostituendo proprio Cruijff e bagnando il debutto con l’ultimo gol a chiusura della cinquina finale rifilata ai malcapitati avversari.
Nessuno lo sapeva ancora ma quello era il passaggio del testimone dal vecchio al nuovo.
Bastò giusto un anno di apprendistato ed il “Cigno di Utrecht” fu già pronto a spiccare il volo: 3 Eredivisie, 4 volte capocannoniere con corredo di “Scarpa d’Oro” nel 1987, 3 coppe nazionali ed la Coppa delle Coppe come regalo d’addio: già ingaggiato dal Milan per la modica cifra di scarsi due miliardi, contro il Lokomotiv Lipsia, segnò il suo 152° ed ultimo gol in 172 presenze con i lancieri riportando ad Amsterdam un trofeo europeo che mancava da 14 anni.
In Italia, con i rossoneri, il cigno abbandonò i confini terrestri per elevarsi nell’iperspazio della leggenda: dopo uno scudetto a mezzo servizio, in cui comunque fu decisivo contro l’Empoli e siglando, da subentrato, il terzo gol nello scontro diretto contro il Napoli, sfavillò all’Europeo e in ogni tifoso, da allora, è rimasto impresso nella mente quel preciso fotogramma: Marco Van Basten che si coordina e, al volo di destro, inchioda la palla nell’angolo opposto in un misto di fantascienza e metafisica applicata al calcio.
L’estasi iperuranica durò quattro anni in cui Van Basten vinse col Milan altri tre scudetti, quattro supercoppe italiane, 3 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe UEFA, 2 Coppe Intercontinentali, in aggiunta a 2 titoli di capocannoniere, 3 Palloni d’Oro ed 1 FIFA World Player con 125 reti in 201 partite.
Ufficialmente sarebbero sei ma gli ultimi due il cigno li trascorse passando da un’operazione all’altra sperando almeno a lenire quel tremendo dolore che lo martoriava.
Purtroppo non ci riuscì e si arrese all’unico avversario che era stato in grado di tenerlo a freno.
Viene, ancor oggi, da chiedersi dove mai sarebbe potuto arrivare se fosse riuscito a mantenere la piena efficienza per più tempo ma l’unica domanda che rimane ad echeggiare è quella del titolo Gazzetta pubblicato il giorno dopo l’annuncio ufficiale del suo ritiro:
”Dove lo troveremo mai un altro così?”
Intanto, però, il destino ha voluto ritagliarsi il suo personale frammento di fotografia: Marco Van Basten, un fragile ed eroico cigno, fermatosi, purtroppo, davvero troppo presto.

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Published in Sport, Calcio
Francesco Rosario Lepre

Laureato in lingue, cultore dello sport, della storia e della scrittura. Lasciare il segno è il mio karma, pensare e scrivere il mio sogno e il mio scopo.

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